Già Bernardino Faino, alla metà del Seicento, denuncia gli elementi
raffaelleschi presenti nella pala: "vi è in q(ues)ta chiesa una paletta di mano del Moretto dipintovi l'ucisione degli nocenti, cosa tanto pulita e ben fatta che pare di manno di Raffaello". Dello stesso parere è
Giulio Antonio Averoldi nel 1700 e, in generale, la letteratura artistica locale manterrà sempre lo stesso livello altamente elogiativo, ipotesi poi confutata da
Federico Odorici nel 1853 per il quale, data la reminiscenza di notissime pose di Raffaello, il dipinto deve essere collocato quando il Moretto studiava come "fondere la classica grazia della scuola romana col proprio stile". Sulla stessa linea di pensiero si pongono
Joseph Archer Crowe e
Giovanni Battista Cavalcaselle, nel 1871, soffermandosi sugli indubbi esiti raffaelleschi del dipinto. Pompeo Molmenti, nel 1898, si discosta dal pensiero critico ottocentesco definendo la pala come "una delle opere più deboli del Moretto". Antonio Morassi, agli antipodi, nel 1939 la rilancia invece come "dipinto più bello del Moretto". È forse Roberto Longhi, nel 1917, a individuare la sistemazione critica più adeguata, collocandolo in un momento assai significativo del percorso artistico del Moretto, un periodo in cui il pittore "ricerca sé stesso" il quale, "dopo aver sentito che gli stemmi carnosi dei tizianeschi sono troppo superficie, pensa di servirsi delle muscolature e di qualche atto fiorentino, per dare un'azione scheletrica qualsiasi, un bulbo dove poter addossare con più risulta la polpa cromatica, che si fa più impastosa e sovrapposta, senza snaturare quei valori di sostanza, di materia, di aria, di luce e di tono che erano retaggio più individuale della scuola di Brescia". Camillo Boselli, nel 1954, osserva invece la felicità con cui il Moretto, nelle architetture di contorno e nella collina di sfondo, riesca a cogliere la possibilità di evadere dalla carneficina in primo piano, alla quale dona un ritmo chiuso e lineare. K. Rathe, nel 1941, studia inoltre da quali stampe di dipinti di Raffaello il pittore bresciano avrebbe potuto attingere per produrre il suo, non trovandone comunque di particolari e accettando piuttosto un più vasto "tesoro di motivi accumulatosi nel mondo raffaellesco". Tuttavia, il Rathe individua forse la fonte per la rappresentazione della madre che, vista di spalle, campeggia al centro della scena, in una stampa ferrarese anonima, databile al 1470 circa, raffigurante la
Morte di Orfeo, in particolare in una delle due Menadi, che però il Moretto carica anatomicamente allontanandosi dalla snellezza dell'originale. Di questa stampa, tra l'altro, esiste oggi solamente un unico esemplare conservato ad
Amburgo. Altro influsso raffaellesco potrebbe essere individuato nella loggetta dalla quale si affaccia Re Erode, che richiama la partitura architettonica della loggetta papale nell'
Incendio di Borgo. Non è però da escludere, data l'evidente somiglianza e l'attitudine del Moretto a inserire negli sfondi delle proprie scene dettagli mutuati dalle architetture bresciane, che ci si possa trovare al cospetto di una raffigurazione del primitivo fronte est di
piazza della Loggia a Brescia, che al tempo del Moretto si presentava ancora costituito dal semplice muraglione merlato della Cittadella Nuova,
visconteo, al quale era stata addossata nel XV secolo una loggetta con un primordiale orologio astronomico. Altre rappresentazioni di questa antica loggetta sono conformi a quella qui dipinta dal Moretto, pertanto, l'ipotesi è verosimile. ---> == References ==