L'opera è ben documentata nelle fonti della letteratura artistica antica: il primo a parlarne è Bernardino Faino nella seconda metà del Seicento, il quale già attribuisce il dipinto a Lattazio Gambara.
Giulio Antonio Averoldi e altri, invece, la ritennero copia di un quadro del
Moretto. Il nome del Gambara torna nei commenti di Francesco Maccarinelli, di
Giovanni Battista Carboni e dei critici di inizio Ottocento. Alessandro Sala, nel 1834, ritiene di aver identificato il devoto raffigurato nella tela in Pietro Antonio Ducco,
prevosto della collegiata dei Santi Nazaro e Celso alla metà del Cinquecento e di essere in possesso di un documento, autografo del Ducco, in cui risulta che il 2 giugno 1558 Lattazio Gambara si impegna a consegnare l'opera entro il
Natale di quell'anno. L'informazione è accettata senza discussioni da tutti i critici successivi, ma non è purtroppo possibile considerarla come del tutto attendibile. Il documento di cui parla il Sala, infatti, non è più rintracciabile e, inoltre, né tra i prevosti né tra i
primiceri della collegiata non esistette mai alcun Pietro Antonio Ducco, mentre nel 1558 il prevosto era Fabio Averoldi. In mancanza del documento citato dal Sala e di adeguate analisi sulla sua veridicità, pertanto, l'identificazione del devoto con un membro della famiglia Ducco è da ritenersi dubbia. ---> ==Bibliography==